SE SEI UN GENITORE

FAMIGLIE e DCA

Stare accanto ad una persona con disturbo del comportamento alimentare (DCA) non è facile. 
La psichiatra J.Treasure identifica quattro modi di essere delle famiglie, usando gli animali per spiegarlo... 
La soluzione migliore? essere dei delfini.

Famiglia CANGURO: i genitori tendono ad essere eccessivamente protettivi e il figlio con DCA non riesce a sviluppare un'autonomia e delle abilità necessarie per andare incontro alla guarigione.

Famiglia RINOCERONTE: in questo caso i genitori tendono ad arrabbiarsi e ad accusare eccessivamente la persona affetta da DCA, costringendola a mangiare di più o a smettere di farlo in modo compulsivo. il risultato è lo scontro, la ribellione e un probabile peggioramento della situazione.

Famiglia MEDUSA: lasciare trasparire eccessivamente le proprie emozioni (rabbia, depressione, impotenza..) può provocare nel figlio/a un senso di colpa che porta a ridurre la comunicazione e a creare una barriera per non ferire chi sta intorno.

Famiglia STRUZZO: al contrario della precedente, il troppo dolore per la situazione porta i genitori a chiudersi, a "mettere la testa sotto la sabbia" e di conseguenza a ignorare le esigenze del figlio/a.

Famiglia DELFINO: seguire il modello del delfino significa seguire l'andamento del disturbo, prevedere gli alti e bassi e sostenere il figlio/a. Questo modo di essere permette di trovare un giusto equilibrio tra emotività e controllo, essendo disponibili e pronti a incoraggiare senza forzare troppo.

COSA FARE?

Il primo sentimento che colpisce il familiare di una persona affetta da disturbi del comportamento alimentare è il disorientamento.

Molte sono le domande che si pone tutto il nucleo: “Cosa devo fare con mia figlia? Come posso aiutarla?”, ma anche “Perchè proprio mia figlia? Cosa le è successo, perchè è cambiata?”

L'Anoressia e la Bulimia, ma più in generale i disturbi del comportamento alimentare (DCA), sono patologie che investono i più diversi ambiti della vita del paziente.
E' in evidenza un corpo che soffre, ma è presente un dolore diffuso che colpisce tutti gli aspetti della vita del soggetto in questione. La sofferenza, che si trova a gestire il soggetto anoressico-bulimico, si riversa su tutto l'ambiente familiare che si trova spiazzato da un familiare “Che non sembra più lo stesso”, che “non riesce più a riconoscere”. 
Il contributo della famiglia è fondamentale. 

 

BISOGNA SEMPRE CONSIDERARE CHE:

 

  1. I DCA non sono un capriccio o un modo di attirare l'attenzione ma un disagio serio da affrontare il prima possibile con l'aiuto di professionisti qualificati
  2. L'attenzione non va focalizzata unicamente sul cibo, ma è utile aiutare il soggetto  attraverso il dialogo.
  3. E' importante un ascolto sincero e aperto delle problematiche del soggetto, senza preconcetti e punti di vista precostituiti. Spesso l'anoressia e la bulimia si manifestano in un'età difficile, di cambiamento, in cui il soggetto stesso non sa più chi è, e come gestire il proprio malessere.
  4. E' altrettanto fondamentale sapere che il Disturbo è solo un lato del problema e quindi il recupero del peso non implica necessariamente la guarigione. Sottovalutare questo aspetto implica il rischio di pericolose e dolorose ricadute. 

 

 E' molto importante che il familiare sostenga il figlio nella cura, se possibile confrontandosi egli stesso con un esperto dei disturbi alimentari che può aiutarlo a:

 

  • Diminuire il carico emotivo e le tensioni accumulate nella gestione di comportamenti di rifiuto, difficili da capire e accettare, per  un dialogo più sereno
  • Sollevarlo da un carico familiare eccessivo, derivante dall'impossibilità di affrontare un problema così complesso senza un aiuto professionale
  • Capire se ci sono elementi nelle dinamiche familiari, ma non solo, che mantengono il disturbo, al fine di ridurre i rischi di ricadute.

 

La famiglia può diventare una RISORSA INDISPENSABILE nella terapia dei Disturbi Alimentari e per questo va sostenuta e guidata costantemente.

COSA PUO’ FARE LA FAMIGLIA

COSA PUO’ FARE LA FAMIGLIA IN PRESENZA DI UN DISTURBO DEL COMPORTAMENTO ALIMENTARE

I DCA sono patologie caratterizzate da una alterazione del rapporto che una persona ha con il cibo e con il proprio corpo e dalle conseguenze di questa alterazione.
La sofferenza psicologica che sta dietro a questi disturbi è spesso molto intensa, anche se a volte negata o poco visibile, e non va mai dimenticata o trascurata.
E' necessario invece aver sempre presente che i problemi psicologici nei DCA sono importantissimi e vanno presi in considerazione e trattati quanto quelli "organici" della malattia.

Spesso quando in una famiglia un figlio ha qualche problema psicologico, inizia la ricerca del perché.

Il fatto è che non è affatto facile capire le cause del disturbo, che dipende da moltissimi fattori, solo alcuni collegati al contesto familiare. Anche se si capissero le cause e si eliminassero, non è detto che il disturbo si risolverebbe: purtroppo il DCA si automantiene e si autoaggrava, è un circolo vizioso da cui è difficile uscire.

Non chiedetevi "di chi è la colpa?", ma "qual è la cosa migliore da fare adesso?".

Non vergognatevi né di vostro figlio né di voi stessi.

Anche quando fosse vostro figlio a rinfacciarvi le colpe, non cercate giustificazioni, né date la colpa ad altri, ma fategli capire che questi meccanismi non aiutano nessuno e che è più importante guardare avanti. E' importante che nemmeno voi colpevolizziate i vostri figli: i DCA non sono guaribili con la sola forza di volontà. Non serve a nessuno rinfacciare vecchi o più recenti errori che hanno commesso.

L'unica cosa che si può chiedere è quella di provare ad affrontare un trattamento.

Non serve mettersi "a completa disposizione": "ti preparo tutto quello che vuoi purché mangi". Questo non farebbe altro che innescare atteggiamenti difensivi e oppositivi: mangiare potrebbe allora proprio voler "darla vinta ai genitori" e questo, nel rapporto conflittuale adolescente-genitore, sarebbe troppo difficile da accettare.

In questo tipo di problema bisogna imparare a mangiare per se stessi e non per far piacere a genitori e medici o operatori. Per questo non servono le maniere forti, né da parte dei genitori, né da parte dei terapeuti.

Cercate, a casa, di parlare anche di altre cose: evitate atmosfere pesanti durante i pasti; ascoltate le richieste che vi vengono fatte, purché non siano fatte solo nell'intenzione di esercitare il controllo su di voi.
Per esempio si possono accogliere richieste del tipo "non voglio il piatto pieno, perché mi mette l'ansia", ma non del tipo "quando mangio non dovete entrare in cucina", oppure "dovete mangiare tutti i dolci che preparo".

Non fate ruotare tutta la vita familiare attorno alla persona con il DCA.

Ovviamente, non esistono regole ferree e ogni genitore deve attuare un atteggiamento che più si adatti al suo carattere e alla sua situazione: recitare una parte non serve se poi si è così preoccupati da non riuscire a nasconderlo.

L'atteggiamento più efficace è ascoltare, essere equilibrati, comprensivi e rispettosi nei confronti delle difficoltà e paure, ma fermi.

Potete dire qualcosa del genere: "non so da cosa dipende il tuo problema, mi spiace però che tu stia male. Proverò a capire, se ci riesco, ma di sicuro non posso permettere che tu ti faccia del male".

Può essere che vostro figlio neghi la malattia, i suoi comportamenti malati, minimizzi la situazione, mostrandosi poco consapevole della condizione. E' importante, però, non temporeggiare nell'affrontare un trattamento: c'è il rischio di rendere, poi, più lunga e difficile la cura. Non mettete mai in discussione la necessità di un trattamento appropriato.
 
Cosa possono fare i genitori?

•    possono incoraggiare l'inizio e il proseguimento della cura;

•    possono limitare l'impatto distruttivo che il DCA può avere sul nucleo familiare;

•    ricordare che, perché sia possibile la guarigione, è importante, prima o poi, che la figlia capisca che questa è una scelta che spetta a lei;

•    che tengano a mente che, per cambiare, bisogna che la figlia sia consapevole del problema, e convinta di avere delle risorse interne che la aiutino, cose non sempre facili;

•    che una persona che non ha consapevolezza e motivazione, oltre a far molta fatica ad essere aiutata, facilmente abbandonerà il trattamento;

•    che le persone con DCA spesso sono ambivalenti: a momenti vogliono guarire, a momenti no (questo è dovuto alla funzione che ha la malattia);
•    non assumere un ruolo autoritario, non ordinare o spaventare, non fare prediche morali: questo potrebbe invogliare la ragazza a fare esattamente il contrario;

•    aiutare la ragazza a imparare a sentire come positivi tutti i piccoli passi che riesce a fare, riconoscendoli e valorizzandoli (logica dei piccoli passi);


•    Ricordate che, se la figlia con DCA mente, lo fa soprattutto verso se stessa.

E il peso?

Nell'anoressia nervosa: è importante capire quanto peso è stato perso, ma anche con che velocità.
Quando una persona è al di sotto di un certo peso, è molto difficile che possa essere curata efficacemente, perché vengono compromesse le capacità di pensiero, di concentrazione e di collaborazione.

Recuperare peso è un aspetto cruciale del percorso di guarigione.

Per guarire, bisogna accettare un "peso naturale", che corrisponde a quel peso che si ha senza attuare restrizioni alimentari e che non è mai al di sotto di un BMI di 18,5.

Per molte persone affette da DCA, il peso naturale è quello che avevano prima di ammalarsi.
Aumentare di peso è molto difficile da accettare. La paura della ragazza è quella di ingrassare a dismisura: rassicuratela, all'occorrenza, del fatto che, mangiando in modo abbastanza regolare, non c'è nessun ragionevole motivo per cui il peso debba aumentare all'infinito.

Nella bulimia: molto spesso le persone con questo problema hanno un ideale "malato" di magrezza. Sono insoddisfatte del loro peso, vorrebbero dimagrire, anche se non lo dichiarano.
La paura di ingrassare e il desiderio di un peso inferiore alla normalità porta queste persone ad uscire a fatica dal circolo abbuffata-vomito.

Anche se la ragazza è in sovrappeso non deve assolutamente seguire una dieta. La figlia andrà sostenuta, all'occorrenza, nel pensare che un comportamento alimentare normale fa ottenere e mantiene un peso adeguato e che quello che fa veramente ingrassare sono le abbuffate. Va eventualmente anche rimandata l'inefficacia e la pericolosità dei metodi di compenso (con i quali si eliminano solo poche delle calorie introdotte). Può essere utile ricordare che le variazioni di peso che ci sono in una settimana sono solamente liquidi e non grasso.




Consigli generali su come gestire il momento alimentare:

Chi soffre di un DCA ha 2 tipi di problemi: non riesce a capire quando ha fame ed è sazio; non riesce a mangiare normalmente perché il suo comportamento alimentare è condizionato da molti pensieri malati e distorti.

Usate, all'occorrenza, la tecnica della riattribuzione, che consiste nell'associare le difficoltà digestive, la depressione, gli sbalzi d'umore, la paura di perdere il controllo, l'ossessione per il cibo alla dieta e/o al sottopeso.

Disincentivare tutti quei comportamenti disturbati o rituali che vostra figlia dotta durante il pasto; potete rilevare quei 2-3 comportamenti disturbati e segnalarli a vostro figlio non più di 2 volte, per non innescare atteggiamenti oppositivi; davanti ad insofferenza ed ostilità, cercate di non farvi prendere da emozioni negative; non contrattate sulla quantità di cibo; se vostra figlia rifiuta di mangiare, evitate l'aggressività e invitatela a non desistere contro la malattia.

Cercate di assumere un atteggiamento positivo; chiedete a vostra figlia come potete aiutarla; non fatele evitare le situazioni sociali; non chiedetele di mangiare o non abbuffarsi per farvi felice; non mettetela sul piano della forza di volontà; non controllate ciò che mangia, a meno che non venga chiesto dal terapeuta; se mangiate tutti assieme, invitate la persona con DCA a mangiare assieme a voi; evitate atteggiamenti colpevolizzanti; non fate del pasto un momento di scontro; non chiedetele un resoconto di episodi di abbuffate o vomito; ricordate sempre che per guarire da un DCA ci vuole molto tempo e molta gradualità.

Ricordate che siete umani e fallibili, non potete leggere nella mente di vostro figlio, ma potete supportarlo efficacemente e giornalmente nella lotta contro la sua malattia.

CORPO E DCA: UNO SGUARDO PSICOANALITICO

A CURA DELLA DOTT. SSA SUSAN DAL MAS Ogni giorno il mio lavoro di psicoanalista alle prese con i disturbi del comportamento alimentare mi interroga sul rapporto che ogni soggetto ha con il proprio corpo e la propria immagine. Ogni giorno vengo a contatto con soggetti che portano all’attenzione un corpo scarto: perché pesa troppo, troppo poco, perché attira l’attenzione, perché non accetta di entrare nel percorso di cura, un corpo insomma che mette in luce la divisione di quel soggetto che non riesce a cambiare, pur volendolo.     IL CORPO UMANO Quando stiamo bene il nostro corpo è un oggetto che non necessariamente percepiamo e di cui non avvertiamo tutte le qualità, viviamo in uno stato di integrità in cui noi siamo nel nostro corpo in propensione verso il mondo. Il corpo invece diventa altro da noi, estraneo, quando è danneggiato, dolorante, quando viene violato, quando non accetta di stare all’interno del legame sociale: allora l’integrità si spezza e il corpo, da luogo di piacere omeostatico e di possibile apertura all’altro, si fa bruscamente limite. Diventa corpo biologico da portare all’attenzione della scienza. Il soggetto chiede alla scienza che il sintomo portato dal suo corpo venga eliminato perché lo fa soffrire. Ma spesso la scienza si occupa solo di quel frammento di corpo sofferente e si dimentica della persona che lo “abita”.   “Rispetto all'animale, l'essere umano non si limita ad essere un organismo ma ha un corpo che si distingue dall'organismo perché è innanzitutto rappresentato nel campo del linguaggio” ciò significa che per il fatto di essere sottoposti alle regole della cultura e del linguaggio, gli esseri umani non possono avere un rapporto immediato col proprio corpo, ma tale rapporto è sempre mediato da ciò che pensiamo, da dove viviamo, dalle nostre esperienze, da ciò che consideriamo bello, brutto, giusto, sbagliato, dall'immaginario di chi ci ha messo al mondo, dalle cure che ci ha offerto, da qual era il desiderio che ha prodotto la nostra nascita. Il corpo dell’uomo non è solo corpo che soddisfa i bisogni (come quello degli animali che sono mossi dall'istinto) ma è caratterizzato da una capacità tipicamente umana e cioè dalla capacità di desiderare (è attraversato dalle pulsioni). Mentre il bisogno cerca oggetti di cui saturarsi, il desiderio (per definizione mai soddisfatto) cerca qualcosa d’altro, cioè di essere riconosciuto dall’altro come valore. Ciò che il bambino domanda quando viene al mondo con il suo pianto è duplice: chiede di essere soddisfatto nei suoi bisogni ma chiede anche alla madre di interpretare il suo pianto, di dargli un posto come soggetto, di essere cioè riconosciuto nella sua particolarità personale. Esiste una subordinazione del soggetto alla legge del riconoscimento per cui noi ci vediamo come l'altro ci guarda.     I DISTURBI DEL COMPORTAMENTO ALIMENTARE E LO SGUARDO L’anoressia, la bulimia, l’obesità sono quadri clinici attraversati in modo peculiare e drammatico dalla centralità del tema dello sguardo. In tali patologie il corpo è l’oggetto principale che serve a catturare lo sguardo dell’altro, diventa un oggetto strumentale per inchiodare lo sguardo dell’altro e così poter interrogare il suo desiderio: “Che valore mi dai?”. Corpo visibile nel suo essere corpo affamato, rinsecchito e/o corpo ingozzato, gonfiato. Ma mentre l’anoressia è attraversata da una anomala passione per l’immagine, il soggetto affetto da obesità decide più o meno consciamente di rinnegare, di stare fuori da un contesto dell’immagine che lo rifiuta, lo disprezza. L’essere femminile da sempre è sensibile al modello di bellezza in voga. Specialmente nell’epoca moderna tale ricerca rischia di far dimenticare e/o rifiutare ciò che si è, generando malessere, un'inclinatura nel rapporto armonico con la propria immagine, e di conseguenza con il proprio corpo. Per l’essere femminile il rapporto con l’immagine del corpo è un’esperienza difficile anche perché fin dall’inizio è il luogo privilegiato in cui si concentra lo sguardo dell’altro, dalla madre fino a quello dell’uomo: “Sarò amata per quella che sono o per come appaio, per il corpo che ho?”. Questo è il dubbio che interroga la ragazza nell’entrata nella pubertà e che attraversa tutto lo sviluppo del bambino a partire dal momento in cui ha la consapevolezza di abitare un corpo. Ben presto il soggetto intuisce che il corpo e la sua immagine sono il luogo che può attrarre il desiderio e l’amore dell’altro e quindi gradatamente esso diviene il responsabile del suo benessere e/o del suo disagio. Il confronto con la propria immagine risente dello sguardo dell’altro: sguardo che può condizionare, consentendo di vivere serenamente la propria corporeità o viceversa di entrare in conflitto con essa. I disturbi del comportamento alimentare incarnano ed esprimono in modo drammatico anche tali presupposti, facendo del corpo il segnale visibile dei loro conflitti interni, del loro profondo malessere, del loro rifiuto dell'Altro (sociale, familiare, culturale). A un certo punto in queste patologie la corporeità emerge in primo piano come esclusione della parola: è un corpo che rifiuta l'altro. Una vita, la loro, che le ha portate a desiderare di “essere invisibili”.  
LA CURA In questi soggetti il sintomo è “incastrato nel corpo” e non vi è alcuna presa di posizione soggettiva nei confronti di esso. L’atto di cura allora non può limitarsi a coprire i bisogni del paziente e a fabbricare risposte, ma deve accrescere la capacità del paziente di formulare domande proprie e di elaborare strategie per modificare la propria realtà. Non possiamo infatti separare il sintomo organico (corpo troppo pesante, troppo leggero, operato, menomato, che non è più quello di un tempo) dalla persona che lo “subisce/agisce”. Non possiamo non considerare il significato che ogni soggetto attribuisce al proprio sintomo perché se ci sono malattie simili non ci sono modi uguali di vivere e convivere con la propria malattia. Il passaggio da una posizione passiva di richiesta di guarigione a una posizione più attiva (in cui la domanda riguarda la possibilità di potersi confrontare con la propria difficoltà - il difficile passaggio della consapevolezza) è essenziale per tutti questi pazienti. Si tratta di ridare al soggetto il potere cui ha abdicato con il sintomo. Quando il paziente impara a ricostruire le connessioni simboliche con la sua storia comincia a percepirsi come un insieme di corpo-mente finalmente armonico. Allora i soggetti acquistano un rapporto nuovo con il corpo, hanno meno paura di vedere e far vedere le forme femminili prima sepolte sotto “grasso” e vestiti o ridotte a ossa, “Il saperci fare con il sintomo mette la pulsione al servizio del godimento della vita, sfruttando il particolare soggettivo. Il soggetto accetta quindi meglio di partecipare allo scambio nel legame sociale, interpretando a modo suo le regole dell’abbigliamento e della cura del corpo che presiedono al legame tra i sessi nella sua epoca. (...) Un effetto dell'analisi tocca anche l’immagine: il soggetto si sintonizza meglio con la propria identificazione sessuata. L'immagine era sfuocata, e più che di bellezza il soggetto mancava di grazia, di estro, di gioia di vivere."   RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI: Albero D., Freddi C., Pelanda E., Il corpo come se. Il corpo come sé., Franco Angeli, Milano, 2011 Bonetti D., Quando il corpo non è riparabile, Biblioteca dell'Ippografo, Libreria al Segno, Pordenone, 2009 Galimberti U., Il corpo, Feltrinelli, Milano, 2008 Miorolo G. e Rodriguez M.T., Il disagio della bellezza, Franco Angeli, Milano 2011 Pace P., Un dolore infame, Bruno Mondadori, Milano, 2010 Winnicott D. W., Gioco e realtà, Armando editore, Roma, 1985

INTERNET E DCA

 

I fattori socioculturali possono giocare un ruolo importante nel favorire lo sviluppo dei disturbi dell'alimentazione. Anoressia e bulimia appaiono legate ai valori e ai conflitti specifici della cultura occidentale, connessi, in particolare, alla costruzione dell'identità femminile e al ruolo sociale e familiare della donna. Il DCA rappresenta le difficoltà della persona a raggiungere autonomia, indipendenza e individualità: chi ne soffre prende a prestito l'identità stereotipica della donna del tempo in cui vive e, in assenza di un linguaggio proprio, si fa suggerire dal contesto il modello e la forma da dare al proprio disagio.

 Non esiste ancora una risposta univoca alla questione sul perchè nella cultura occidentale è presente una sorta di pressione verso la magrezza; sembra che gli attuali canoni estetici siano legati al cambiamento del ruolo sociale della donna: il corpo femminile magro è antitetico al corpo formoso, rotondo, materno e accogliente del passato. In questa prospettiva si può ipotizzare che la società abbia spinto le giovani donne ad intraprendere diete per conformarsi ad irrealistici standard di magrezza. E' facile comprendere il meccanismo con cui i mass media, nei loro messaggi, hanno legato il modello estetico a precise caratteristiche personali come la competenza, l'autocontrollo, l'intelligenza, contribuendo a farci pensare che la donna debba essere bella e al contempo avere successo nel lavoro, senza per questo trascurare la famiglia.

 Se giornali e mezzi televisivi sono stati fin troppo spesso accusati di proporre modelli estetici che influenzano ragazzi e ragazze nella valutazione della propria immagine corporea, al punto tale da determinare l’insorgere di psicopatologie come i DCA, oggi non si può ignorare la portata che il World Wide Web ha nelle vite di tutti, ed in particolare in quelle di categorie indicate come a rischio per quel che riguarda i disturbi del comportamento alimentare, ovvero i più giovani, gli adolescenti, coloro che più frequentemente utilizzano Internet, non solo per necessità, ma soprattutto per svago.

 

 Internet è un mezzo di comunicazione e di auto-espressione molto popolare tra gli adolescenti, in particolare tra quelli compresi tra i 13 e 19 anni d'età. Quasi due terzi delle ragazze adolescenti cerca informazioni riguardo alla salute on-line, e la maggior parte di queste modifica il proprio comportamento influenzata dalle informazioni che vi trova (Roberts, et al, 1999 ; Rideout, et al., 2002). Di queste “cybernaute della salute”, circa la metà è alla ricerca di un modo per perder peso e un quarto di esse cerca informazioni relative ai disordini alimentari (Roberts DF, Foehr UG, Rideout VJ, Brodie M, 1999). Questo dato è particolarmente preoccupante visto il costante aumento di Disturbi Alimentari tra gli adolescenti.

 Per non essere spettatori degli effetti negativi della Rete, ADAM ritiene necessario concentrare l'attenzione sui modi attraverso cui è possibile promuovere lo sviluppo delle risorse e delle competenze  individuali e collettive, al fine di attivare un processo di appropriazione consapevole della tecnologia.

 

L'obiettivo del nostro spazio su facebook (ADAM - Associazione Disturbi Alimentari Mestre) è quello di stimolare la comprensione di se stessi: senza rifiutare la vita sullo schermo, nè considerandola come vita alternativa, ma usandola come uno spazio di crescita. Mettendo per iscritto l'esistenza della propria personalità online si diviene più consapevoli anche di quello che si proietta nella vita quotidiana: chi viaggia nel virtuale può tornare nel mondo al-di-qua dello schermo meglio attrezzato per capirne gli artifici. Il confronto, il dialogo e lo scambio di vissuti  tra i membri del gruppo può sortire effetti benefici, ad esempio portando ad una presa di coscienza della situazione di malessere.

 E' uno spazio dove poter raccontare tutto e trovare uno vicinanza che incoraggi, che non faccia sentire soli, per incontrare chi è in grado di testimoniare il proprio percorso di cambiamento e guarigione, che essendo complesso e duro da affrontare, passa anche per vie impervie...

 

ASSERTIVITA'

 

L'assertività è un approccio che ci mette in condizione di gestire in modo positivo e costruttivo i rapporti interpersonali. È una tecnica che può essere appresa e, con la pratica, diviene una capacità che può essere migliorata.

 

Essere assertivi significa far valere i propri diritti, saper esprimere i propri pensieri, sentimenti e opinioni in maniera diretta, onesta e appropriata, senza mai violare i diritti del nostro interlocutore.

Tra le capacità principali di una persona assertiva troviamo: saper dire no, saper fare richieste, saper esprimere i sentimenti positivi e negativi, saper iniziare e continuare un’interazione, saper fare e ricevere complimenti, saper difendere i propri diritti.

L'assertività è la capacità di esprimere i propri sentimenti; scegliere come comportarsi in un dato contesto; difendere i propri diritti quando necessario; aumentare la propria autostima; sviluppare una sana dose di sicurezza in se; esprimere serenamente un'opinione di disaccordo quando si ritiene opportuno; portare avanti i propri piani che richiedono una modifica dei propri comportamenti; chiedere agli altri di modificare i loro comportamenti quando vengono percepiti come fuori luogo o offensivi. Tutto questo, quando fatto in modo propositivo, costruttivo e positivo si chiama "assertività".

 

DOVE SI COLLOCA L’ASSERTIVITA’

 

L’assertività sta tra due estremi: il comportamento passivo, in cui si accetta tutto senza mai affermare i propri diritti, e il comportamento aggressivo, in cui la persona pretende di essere ascoltata o obbedita senza curarsi dei diritti degli altri.

Non esiste una risposta assertiva definita dogmaticamente, perché essa dipende dalle situazioni in cui viene espressa.

Le diverse componenti emozionali, espressive, cognitive si dovranno calibrare e comporre in modo diverso a seconda della situazione, delle aspettative, degli obiettivi e delle persone di quel particolare momento.

Il comportamento assertivo quindi non sta tra quello passivo e quello aggressivo, poiché anche questi possono essere considerati in alcuni casi comportamenti assertivi se non utili o necessari alle situazioni e quindi SCELTI, non essendo reattivi e inconsapevoli.

Una medesima reazione assumerà dunque caratteristiche di assertività o anassertività, spostandosi lungo un continuum i cui confini sono definiti di volta in volta dalla situazione specifica, ma soprattutto dal vissuto soggettivo del paziente, dal suo tempo di risposta a reagire e da quello di persistenza nel comportamento perpetuato. In alcuni casi una risposta di rabbia potrà dunque essere aggressiva e si manifesterà in termini di attacchi sistematici, anche con fini difensivi, ma comunque lesivi rispetto all'altro; in altri si tratterà della difesa di un diritto e quindi potenzialmente lecita nella relazione.

Il modello più comprensivo in grado di spiegare il meccanismo di formazione e consolidamento del comportamento anassertivo, in qualunque senso esso si manifesti, è quello che si basa principalmente sul pensiero preconcetto e sulla falsa conoscenza della vera natura dell'ansia.

Quest'emozione, infatti, che è solo la naturale risposta a stimoli di minaccia, più o meno reali, preclude la possibilità ad un accomodamento emotivo e genera nella persona una risposta di evitamento alla stessa. L'ansia produce un decremento della prestazione, determinando nel caso della persona passiva, un insuccesso, mentre, la persona aggressiva, tenderà invece a sfogare nel conflitto. Entrambe queste reazioni hanno la finalità di ridurre lo stato d'ansia provato e le modalità utilizzate da entrambi i tipi di personalità, sono guidate da MITI, in realtà, falsi miti ed idee irrazionali, che innescano un circolo vizioso che porta al massimo senso di mortificazione il passivo ed ad un totale isolamento l'aggressivo. I miti e le idee irrazionali sono parte integrante degli schemi, nutrono le credenze ed alimentano i pensieri negativi.