DISTURBI ALIMENTARI

  

La classificazione dei DCA del Manuale Statistico-Diagnostico dei Disturbi Mentali, DSM V (APA, 2013), incoraggia l’idea che i disturbi del comportamento alimentare siano una serie di disturbi distinti, tuttavia, le considerazioni relative alle loro caratteristiche cliniche e al loro decorso contrastano questa visione.

 

La maggior parte delle persone che ricevono una diagnosi di DCA infatti condivide la medesima psicopatologia specifica centrale (Fairburn CG & Harrison, 2003a) caratterizzata da un’eccessiva valutazione dell’alimentazione, peso, forma del corpo e loro controllo, da cui dipende in larga parte il giudizio del proprio valore (Dalle Grave R et al, 2008). Si parla di psicopatologia “specifica”, perché presente solo nei DCA e “centrale” perché la maggior parte delle caratteristiche cliniche ossevate derivano direttamente o indirettamente da essa.


Al di là dell'appartenenza o meno ad una specifica categoria, il comune nucleo patologico permette di assistere spesso ad una migrazione da una categoria diagnostica all’altra, che nella maggior parte dei casi riguarda un passaggio da AN a BN. 

 

Di seguito sono riportate alcune delle caratteristiche che costituiscono il nucleo psicopatologico comunemente riscontrabile in persone che soffrono di un disturbo alimentare.

 Sensi di colpa: l’imporre a se stessi una dieta troppo rigida stigmatizzando eventuali trasgressioni, è un atteggiamento che favorisce l’accadimento di queste ultime e rende facile l’insorgenza dei sensi di colpa a causa della non adempienza alle proprie prescrizioni. I sensi di colpa dunque innescano un circolo vizioso attraverso il quale la persona alterna momenti di restrizione alimentare con altri di perdita di controllo.

 Sintomi depressivi: a lungo termine, l’incapacità di adempiere ad una rigida prescrizione alimentare unita allo sperimentazione di numerosi fallimenti, può favorire l’insorgenza di sintomi depressivi che, in alcuni casi, tendono ad interferire con le attività affettive, sociali e lavorative della persona. L'utilizzo del cibo come "antidepressivo" non fa altro che peggiorare la situazione.

 Perfezionismo: Negli ultimi anni è stata proposta una definizione che distingue un funzionale perseguimento di alti livelli di vita personali da un perfezionismo disfunzionale, definito "perfezionismo clinico" ovvero "l’esagerata dipendenza della valutazione di sé dal perseguimento di obiettivi personalmente esigenti e autoimposti in almeno un dominio altamente significativo, nonostante ciò implichi conseguenze avverse". La presenza di questo tratto implica che i giudizi che le persone hanno su loro stesse dipendano dal raggiungimento di obiettivi elevati e di difficile realizzazione che vengono autoimposti in uno o più campi, come in quello scolastico o lavorativo, nell’alimentazione e nel peso. Anche quando l’obiettivo prefissato viene raggiunto, viene attuata una svalutazione del risultato ottenuto e fissato immediatamente un nuovo obiettivo più ambizioso del precedente, mantenendo la persona in una condizione costante di bassa autostima e sfiducia rispetto alle proprie capacità e al senso di efficacia personale.

 Pensiero dicotomico: è un modo di pensare caratterizzato dal catalogare le cose in maniera estrema: un pensiero "tutto o nulla" che risulta molto pericoloso in quanto rinforza il senso di fallimento di fronte anche ad una piccola "ricaduta" alimentare, favorendo l’insorgenza dei sensi di colpa e l’insinuarsi e il successivo perpetuarsi dei sintomi depressivi.

 Bassa Autostima: riguarda il giudizio dell’individuo sul proprio valore personale ed è definita dal rapporto che esiste tra il Sé ideale, come si vorrebbe essere, e il Sé percepito, come si è realmente; tanto maggiore è la discrepanza tra i due, tanto maggiore sarà l’insoddisfazione per se stesso provata dall’individuo. I pazienti che presentano un Disturbo del Comportamento Alimentare sono caratterizzati da un livello di autostima particolarmente bassa, definita "nucleare", tale da rendere particolarmente difficile il trattamento del DCA. L’autostima nucleare genera un forte senso di impotenza e sfiducia nel paziente e in un secondo momento, porta la persona a cercare di ottenere successo in domini quali il controllo dell’alimentazione, del peso e delle forme corporee, per acquisire un qualche senso di valore personale.

 Inoltre, la poca stima di sé contribuisce a far affrontare in maniera eccessivamente negativa eventuali "sconfitte" o "ricadute" alimentari, favorendo l’insorgere di un altro aspetto comune nei soggetti con disturbi alimentari, i sensi di colpa. 

 Autoefficacia: è un altro costrutto psicologico che caratterizza i pazienti affetti da un Disturbo del Comportamento Alimenatre,ed è definita come la "Credenza nutrita dalle persone a proposito delle proprie capacità di attuare i comportamenti necessari per raggiungere determinati risultati ed obiettivi". E’ stato evidenziato come l’autoefficacia sia legata a diversi comportamenti adottati da pazienti che presentano un Disturbo del Comportamento Alimentare, come il controllo del peso, l’apporto nutrizionale e l’attività fisica: "L’insicurezza circa le proprie capacità in numerosi campi conduce questi pazienti a valutarsi in larga misura in base all’aspetto fisico e al peso e ciò è in parte dovuto al fatto che l’aspetto fisico, e soprattutto il peso, sembra più controllabile di molti altri aspetti della vita, e in parte perché la dieta e la perdita di peso sono rinforzati socialmente". In questo modo l’insicurezza riguardo alle proprie capacità contribuisce ad alimentare un circolo vizioso simile a quello che è stato visto essere alla base dei Disturbi del Comportamento Alimentare

 

Alcune caratteristiche del perfezionismo possono essere viste come socialmente desiderabili ed appaiono essere funzionali dato che spesso sforzi elevati sono associati a soddisfazione personale e ad un aumentato senso di autostima. D’altra parte la tendenza al perfezionismo può essere associata ad un forte bisogno di evitare fallimenti e in questo caso può favorire lo sviluppo di elementi stressiogeni, umore oscillante, difficoltà a creare legami ed incapacità a tollerare critiche, fallimenti ed errori con la conseguente rinuncia all’affrontare compiti giudicati difficili. 

IL RUOLO DELLA FAMIGLIA

 

Sono tante le riflessioni e le domande che sorgono e che spesso vengono rivolte ai professionisti che si occupano della cura dei Disturbi del Comportamento Alimentare. Quesiti a cui i genitori non riescono a trovare risposta.

Alcuni esempi sono:

-      Da cosa posso accorgermi che mia figlia ha un disturbo alimentare?

-      È sempre la famiglia a sbagliare?

-      Non riesco a capire perché non vuole accettare il mio aiuto.

-      Noi genitori discutiamo perché non siamo d’accordo su come comportarci.

-      Ho letto su internet che non bisogna insistere affinché mangi, ma è giusto assecondarla su cosa e quando mangiare?

-      Può essere utile tenere chiuso il bagno o la cucina?

-      Ha delle giornate “no” e delle giornate “sì”.

-      Ci sono momenti in cui ha delle crisi di pianto e aggressività fortissime, come devo comportarmi?

-      Si isola, non mi risponde, non mi parla, la vedo molto triste. Non era così una volta.

-      Abbiamo sempre avuto un bel rapporto, perché adesso non mi ascolta più?

-      È vero che è un disturbo lungo da curare?

-      La famiglia può essere sostenuta nel percorso di guarigione?

Ricordando che la Persona che soffre di Disturbi del Comportamento Alimentare non è la malattia, ma ha una malattia, la particolarità di ogni individuo impedisce di rispondere a queste domande in maniera generalizzata. Lo spaesamento e la paura che si prova nello stare vicino a queste realtà obbliga però a ragionare sulle questioni riportate precedentemente.

Non potranno essere date dunque delle risposte esaustive che siano risoluzione di tale complessa sofferenza ma le riflessioni offerte vorrebbero essere degli stimoli, dei punti di partenza che possono condurre, chiunque ne abbia la necessità, in particolare i genitori, verso un percorso di sostegno.

 

IL SINTOMO: LA METAFORA DEL BASTONE

Cerchiamo di capire prima di tutto con che occhi provare a guardare la malattia. Il sintomo alimentare deve essere considerato come una sorta di bastone, di stampella che il ragazzo utilizza come un appoggio, un appoggio alle fatiche, alle fragilità, alla sofferenza. Attraverso il sintomo, seppur in maniera patologica, il giovane riesce ad affrontare il difficile momento evolutivo: la psiche ha dovuto produrre un sintomo per poter andare avanti.

È importante sapere che spesso e soprattutto nei giovani la sintomatologia alimentare manifesta un’angoscia più profonda, quella di non essere in grado di proseguire, di superare la delicata fase di crescita e i fattori scatenanti tale dinamica possono essere molteplici. Ecco perché risulta fondamentale per i genitori provare a non concentrarsi sul sintomo e sul disturbo credendo di doverlo eliminare subito ma, anche se con grandi difficoltà, bisognerebbe cercare di andare oltre quello che si vede, guardare oltre il corpo sofferente. Ciò non vuol dire sorvolare o trascurare la gravità dello stato in cui si trova il figlio ma trovare la forza di chiedere aiuto e affidarsi a persone competenti che possano sostenere la sofferenza del ragazzo e della famiglia e individuare un percorso di cura e sostegno adatto per entrambi.

La famiglia inoltre dovrebbe raggiungere la consapevolezza della durata della cura e del sostegno che richiede questa tipologia di disturbo: bisogna essere coscienti che si tratta un percorso che richiede tempo e pazienza, durante il quale la persona sofferente dovrà trovare le risorse, le strategie, la sicurezza dentro di sé per proseguire la propria strada con le proprie gambe e poter buttare via il “bastone”, quando non ne avrà più bisogno.

Oltre alla coscienza del TEMPO che richiede la guarigione di queste patologie, la differenza possono farla i protagonisti che intervengono in sostegno del malato.

 Il contributo genitoriale dunque è davvero una preziosa risorsa: un genitore che comprende cosa sta accadendo al figlio, che lo rispecchia, lo contiene, permette di effettuare un’operazione terapeutica e ciò avviene se anche i genitori riconoscono la possibilità di essere sostenuti in un percorso terapeutico genitoriale.

 

SOSTENERE SENZA COLLUDERE

Un percorso di affiancamento a quello del figlio, nel quale vengono fornite delle informazioni sulla sintomatologia alimentare e degli strumenti per capire e gestire alcune dinamiche e atteggiamenti che sembrano incomprensibili, risulta un sostegno temporaneo fondamentale per i genitori e allo stesso tempo, indirettamente, uno strumento terapeutico stabile per il giovane.

Successivamente a queste fasi, ove si ritenesse necessario, si propone alla famiglia di fare un passo avanti e lavorare sull’individuazione di possibili fattori inconsci che hanno portato allo sviluppo di particolari dinamiche familiari coincidenti con l’insorgere del sintomo del figlio. Spesso quindi ci si trova ad avere la necessità e la richiesta da parte degli stessi genitori di creare uno spazio per un percorso terapeutico di coppia o individuale. Questa messa in discussione rappresenta per il soggetto sofferente la prova che le persone a lui vicino, si stanno mettendo in gioco sia per il suo bene e che per loro stesse. Come è stato descritto precedentemente il sintomo spesso risponde a delle esigenze auto conservative del sistema famiglia nella sua globalità ed ha quindi una funzione adattiva. Tale manifestazione acquista dunque una doppia valenza: da un lato si sviluppa per comunicare un disagio all’interno del sistema familiare che necessita di cambiamento, dall’altro mantiene l’equilibrio di un sistema disfunzionale.

Presupponendo dunque che il comportamento del singolo sia in stretta relazione con le regole del sistema interpersonale di cui fa parte, l’intervento con il nucleo familiare è un’occasione privilegiata per mettere in azione le proprie ricorse: se cambiano le modalità di relazione si modifica anche il comportamento individuale.

Un atteggiamento di apertura, di ascolto, di fiducia è già di per sé terapeutico, al contrario una disposizione verso la malattia giudicante e svalutante e può diventare un fattore di mantenimento o di peggioramento della patologia.

Il primo passo da fare per sostenere chi soffre di questi disturbi è INFORMARSI e quindi farsi aiutare da specialisti, cercando di allontanare lo stimolo di intervenire impulsivamente generando pregiudizi e generalizzazioni.

È ovviamente molto difficile se non impossibile essere informarti a tal punto da non commettere errori, ma è chiaro che senza informazione c’è una grande probabilità di fare danni!

La TEMPESTIVITÀ è un altro fattore decisivo per l’efficacia della cura: riconoscere il disturbo, informarsi e riuscire a selezionare un team professionale che possa sostenere un progetto di cura valido riduce la cronicizzazione della patologia, che già di per sè tende ad essere occultata per diverso tempo. Spesso capita di incontrare genitori o familiari che riferiscono che nonostante il breve tempo intercorso tra l’esordio e l’avvio delle cure, affidandosi a non esperti, hanno aggravato la situazione.  La PROFESSIONALITÀ è un altro elemento fondamentale nella cura, sembra banale ribadirlo ma, in assenza di una competenza specifica sulle sintomatologie alimentari, il rischio è quello di creare nelle persone già confuse e sofferenti, ulteriori pensieri di caos e sfiducia. inoltre è molto probabile che, in risposta a ciò, i pazienti rinforzino i meccanismi di difesa e la sintomatologia alimentare facilitando la cronicizzazione del disturbo. È importante curare tali patologie attraverso un APPROCIO MULTIDISCIPLINARE, che preveda la collaborazione integrata di varie figure terapeutiche (medico psichiatra, psicologo, nutrizionista, dietista) con l’obiettivo di un programma personalizzato adattato alle specifiche esigenze della persona.

 

BIBLIOGRAFIA DI RIFERIMENTO

SCOPPETTA Marta, Perchè mia figlia non mangia più?, Roma, Castelvecchi Editore, 2017.

DALLA RAGIONE Laura, GIOMBINI Lucia, Solitudini imperfette, Perugia, 2014.